Amare, non è mai una colpa… ”Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald

Le atmosfere anni ’20 alla Grande Gatsby mi hanno sempre affascinato, ho visto e adorato il film del 2013 diretto da Buz Luhrmann con Leonardo di Caprio nel ruolo del pratogonista, ma non avevo mai letto il romanzo dal quale è tratto. E questa si sa, non è cosa che si addice soprattutto a una books addicted, pertanto ho decido di porre rimedio. 

Nonostante il brillare e lo sfarzo dell’età d’oro, i fiumi di champagne serviti in preziose coppe di cristallo e i balli sfrenati consumati con in sottofondo musica jazz suonata fino all’alba, le tematiche importanti e delicate affrontate in questo libro sono molte: La mancanza di affetti autentici, il crollo dei miti, il peccato, ma soprattutto la solitudine, in particolare quella di Jay Gatsby, solito dare feste alle quali partecipano centinaia di persone che non si conoscono e che a malapena scambiano qualche parola, ma che organizza solo per arrivare a Daisy, sua vicina di casa e suo grande amore, con la quale aveva consumato un mese di passione cinque anni addietro, prima di partire per la guerra, che però si è sposata quando era in battaglia nonostante si fosse promessa a lui.

Gatsby costruisce un personaggio parallelo a se stesso, cambiando addirittura nome, mostrandosi al mondo come una sorta di divinità rispettata da tutti ma che in verità praticamente nessuno vede di buon occhio, soltanto per compensare il vuoto della solitudine e per riconquistare l’amata Daisy, che si riavvicinerà a lui illudendolo e che alla fine, a causa di un incidente di percorso, scapperà col marito senza neanche essere presente al funerale del suo “amato ufficiale Gatsby” , neanche con un fiore o una parola di commiato.

Gatsby, quando conobbe Daisy, era un uomo povero, che però si mostrò a lei come un giovane colto e del medesimo ceto sociale della ragazza, ma nonostante il coinvolgimento, la sofisticata Daisy era pur sempre una diciottenne, il cui scopo principale era quello di sposarsi in fretta e continuare a godere dei privilegi della sua posizione al fianco di un ricco marito, così, considerato che Gatsby non poteva dare certezze sul momento del ritorno in patria, decise di non attenderlo oltre e di sposare uno dei suoi facoltosi pretendenti, Tom Buchanan. Per questo motivo, oltre che per le sue fantasticherie sul famoso “sogno americano” , iniziò a fare affari loschi diventando un contrabbandiere per poter divenire un grande possessore e cercare di riconquistare Daisy, dimostrandole di poterle offrire la vita sfarzosa a cui tanto ambiva. Dietro la maschera di personaggio eccessivo ed egocentrico, c’è un uomo profondamente innamorato e devoto, disposto a tutto pur di riavere l’amore della sua vita, anche a costo di prendersi la colpa di un incidente mortale e di compromettere la sua stessa esistenza. L’uomo inarrivabile, disposto a tutto per denaro, egocentrico e desideroso di gloria, si dimostrerà invece una persona che desiderava soltanto di essere amata, che ha costruito una enorme messa in scena con l’unico scopo di avere di nuovo l’amore della donna che per cinque anni non aveva fatto altro che pensare, che nonostante avesse assunto una nuova identità e un nome diverso da quello di nascita per provare a cambiare vita e dichiarasse di non avere più i genitori, con i soldi guadagnati aveva acquistato una casa al padre. Quell’uomo che all’inizio del romanzo dava tutta l’aria di una persona piena di sé, in verità si dimostra in tutt’altra maniera, tanto da portarmi ad avvertire una morsa al cuore quando mi sono resa conto che il grande Gatsby morirà per errore e per amore, con la profonda convinzione che la sua Daisy lo abbia sempre amato e che presto lo avrebbe contattato. Sarò un’inguaribile romantica, ma in questa storia, i cui temi sono molteplici, più di qualsiasi altro aspetto, io ci vedo amore.

Daisy Fay, il delicato fiore di maggio tanto amato quanto venerato da Gatsby, si rivela una grandissima stronza, passatemi il francesismo, opportunista e viziata, che non sa stare al mondo se non per ricevere ogni sorta di attenzione, che sia dal marito, dai domestici o da chiunque si avvicini a lei e per far sì che gli altri crollino ai suoi piedi soddisfando ogni suo capriccio. È il personaggio che in assoluto ho detestato di più… Cielo, se mi sentisse Gatsby mi maledirebbe, perché anche di fronte al tradimento peggiore, anche dinanzi all’evidenza, lui era in grado di continuare a vederla come una ragazza “perbene” e di idolatrarla come fosse una dea scesa dall’Olimpo e questo la rende ai miei occhi ancor più fastidiosa, perché lei era consapevole di questo e ci ha marciato sopra da quando lo ha incontrato di nuovo dopo molti anni a casa del cugino, Nick Carraway, nonché voce narrante e unica persona, oltre al padre e a un uomo dagli occhi di gufo solito prendere parte alle sue feste, ad aver compreso chi realmente fosse Gatsby e ad essergli amico nonostante i dubbi che aveva nutrito all’inizio della loro conoscenza. Quella di Gatsby, viene vista dall’alta borghesia come una figura non degna di rispetto e ammirazione, in quanto la sua ricchezza deriva dal lavoro in loschi giri di affari. Ma nonostante ciò, a causa del fatto che in quegl’anni il divertimento e la frenesia dell’epoca dorata venivano messi in primo piano dai ricchi, anche l’ipocrisia regnava sognava, pertanto tutti erano soliti partecipare anche senza invito ai fastosi party tenuti continuamente dal padrone di casa, al quale, contrariamente a ciò che mostrava la sua apparenza, niente importava di tutto quell’eccesso, il suo unico obiettivo era riavere quella che pensava essere la donna della sua vita. L’unico che vedeva le cose per come realmente stavano, era appunto Nick Carraway, che viveva proprio di fianco a Gatsby e che venne invitato per caso proprio da lui a prendere parte ad uno di quei festeggiamenti tra fiumi di alcol, cibo prelibato e poche parole, se non effimeri pettegolezzi soprattutto sulla vita di chi ospitava. Carraway col tempo era diventato suo amico e aveva compreso che il vero marciume proveniva proprio da quei borghesi vuoti, pieni solo di gin e champagne, e non da Gatsby, proprio come gli disse l’ultima volta che lo vide prima che venisse assassinato. E in un certo senso, non fu chi premette il grilletto a farlo fuori, ma bensì la “candida” Daisy, che non si prese certo la briga di proferire parola quando il marito fece ricadere la colpa dell’incidente sul proprietario dell’auto, Jay Gatsby, avvenuto invece a causa della guida spericolata e agitata della moglie che vide vittima una donna, per giunta l’amante di Buchanan stesso. Le uniche (ingenue) colpe di Gatsby furuno quella di far pilotare la sua auto alla donna, palesemente in preda all’agitazione, ma soprattutto quella di amarla incondizionatamente, tanto da essere pronto a rovinarsi la vita o addirittura a perderla per lei. Ma in conclusione, a pensarci bene, mi sento di dire che possiamo assolvere Jay Gatsby anche da questi segni di colpevolezza, perché amare in fondo, non è mai una colpa.

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